Domande frequenti

Perché migliaia di persone continuano a fare questi viaggi così pericolosi?

Le persone ci raccontano spesso che per raggiungere l’Europa non hanno avuto alternativa che intraprendere il viaggio in mare. Ci dicono che fuggono da violenza, conflitti, persecuzioni e povertà nei loro paesi di origine. A prescindere dalla provenienza o dalle ragioni che li hanno spinti a viaggiare, praticamente tutti coloro che soccorriamo in mare sono passati dalla Libia, dove molti sono stati esposti a preoccupanti livelli di violenza e sfruttamento.

Molti di coloro che abbiamo salvato hanno riferito di aver subito violenze in Libia, mentre praticamente tutti sono stati testimoni di atti di estrema violenza, come pestaggi, stupri e omicidi, nei confronti di rifugiati e migranti. Dopo le traumatiche esperienze vissute nei paesi di origine, l’attraversamento del deserto e le difficili condizioni di vita in Libia, spesso non c’è modo di tornare indietro. Attraversare il Mediterraneo a bordo di un barcone rimane, quindi, l’unica possibilità di fuggire.

Il conflitto in Libia è scoppiato nell’aprile 2019, mettendo significativamente più a rischio la vita delle persone. Il bombardamento del 2 giugno 2019 del centro di detenzione di Tajoura, che ha ucciso circa 60 tra rifugiati e migranti intrappolati nel centro e ne ha feriti altri 70, mostra chiaramente che la Libia non è un luogo sicuro.

Perché MSF sta tornando in mare?

Abbiamo deciso di rilanciare le nostre attività salvavita di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale per continuare a salvare vite lungo la rotta migratoria più letale al mondo e testimoniare il drammatico costo umano delle sconsiderate politiche europee. Per il settimo anno di seguito, guardiamo con orrore le morti incessanti e non possiamo che tornare in mare per contribuire a fermarle.  

Questa volta MSF gestisce una propria nave, la Geo Barents, per salvare vite e fornire cure mediche d’emergenza alle persone soccorse, rendendo le voci dei sopravvissuti le principali testimoni dalla rotta migratoria più letale al mondo.  

Garantire che nessuno muoia in mare è una responsabilità degli stati. Ma poiché gli stati eludono le loro responsabilità di soccorso, le ONG sono lasciate a colmare questa lacuna cruciale. Con una capacità di ricerca e soccorso limitata o del tutto assente, il rischio che le persone muoiano durante la traversata è ulteriormente aumentato. Il numero di persone in fuga, in particolare dalle coste libiche e tunisine, nei primi quattro mesi del 2021 è triplicato rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, così come il numero di persone morte o scomparse in mare.  

Nonostante le ONG salvino vite, continuano a essere ostacolate e criminalizzate. Diverse indagini giudiziarie sono state avviate contro le organizzazioni umanitarie impegnate in mare, inclusa MSF. A oggi, nessun tribunale ha confermato alcun illecito da parte di alcuna ONG e i giudici hanno sistematicamente riconosciuto la legittimità del loro operato, lasciando cadere le accuse. Ma anni di criminalizzazione e ostacoli amministrativi alle navi umanitarie hanno compromesso vitali attività di ricerca e soccorso e la capacità globale di salvare vite in pericolo, limitando la possibilità di soccorrere migliaia di persone vulnerabili.

Gli stati europei devono finire le azioni punitive contro le ONG e smettere di criminalizzazione l’assistenza umanitaria, che opera nel rispetto del diritto internazionale e marittimo.

Perché le persone continuano a morire nel Mediterraneo?

Nei primi mesi del 2021 almeno 800 persone sono morte nel Mediterraneo Centrale. Al di là delle morti documentate, non abbiamo idea di quanti gommoni sovraccarichi di passeggeri partano ogni giorno dalla Libia in direzione dell’Italia, né di quanti di questi affondino senza lasciare traccia prima di poter raggiungere le rotte marittime più trafficate nel Mediterraneo e chiedere aiuto.

Gli sforzi dell’Unione Europea volti a ostacolare le attività di ricerca e soccorso, criminalizzare l’impegno umanitario a salvare vite in mare e l’adozione di politiche migratorie con lo scopo di disincentivare le partenze e bloccare in Libia persone vulnerabili a tutti i costi, hanno avuto come unica conseguenza l’aumento del numero di persone morte in mare e soggette a sofferenza e morte in una Libia travolta dalla guerra. Le organizzazioni di trafficanti senza scrupoli hanno rapidamente adattato la loro condotta criminale e i viaggi in mare sono diventati ancora più pericolosi.

Crediamo che finché non saranno messi a disposizione canali più sicuri, le persone continueranno a rischiare la vite su rotte pericolose. Le operazioni di ricerca e soccorso non sono una soluzione alla crisi ma solamente un intervento d’emergenza per frenare il numero di morti. Per questo chiediamo all’Unione Europea di istituire un meccanismo appropriato per il salvataggio in mare. È prioritario e urgente prestare assistenza umanitaria a coloro che rischiano di morire nella ricerca di un luogo sicuro e di una vita migliore.

Molte di queste persone provengono da paesi che non sono in guerra. Perché intraprendono questa traversata?

Le ragioni per cui le persone lasciano i propri paesi d'origine sono complesse ma una volta in mare su gommoni precari e affollati, tutti sono vulnerabili e bisognosi di essere soccorsi e portati in salvo. Molte persone non sanno nuotare e la maggior parte non indossa giubbotti di salvataggio. Si tratta di una situazione al limite tra la vita e la morte e il rischio di un annegamento di massa è sempre presente.

Non si intraprende questo viaggio con leggerezza, le persone non rischierebbero la propria vita e quella dei propri figli se ci fossero alternative disponibili. Una volta fuori pericolo, le esigenze mediche e il bisogno di protezione di ciascuno dovrebbero essere valutate su base individuale e non in base alla nazionalità. A prescindere dal diritto individuale a rimanere in Europa, tutti meritano di ricevere un trattamento umano e dignitoso.

Perché MSF non riporta le persone indietro in Libia?

La Libia è stata categoricamente definita non sicura per migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Non può essere considerata un porto sicuro per lo sbarco di persone soccorse in mare, secondo il diritto internazionale e marittimo. Già oltre 16000 persone sono state intercettate e riportate forzatamente in Libia dall’inizio del 2021, quasi 12.000 l’anno scorso, dalla guardia costiera libica supportata dall’UE.  

Come abbiamo testimoniato per anni in Libia, migranti e rifugiati continuano a subire maltrattamenti, sfruttamento e violenze arbitrarie.  

Negli ultimi mesi, le équipe di MSF hanno curato numerose ferite causate da violenze fisiche, tra cui fratture, contusioni, escoriazioni, lesioni oculari, ferite di arma da fuoco e dolore agli arti. Molte di queste ferite erano recenti, a testimonianza del fatto che le violenze erano state perpetrate all’interno dei centri di detenzione.

La maggior parte delle persone riportate in Libia è costretta ad una detenzione forzata, per un periodo indefinito, all’interno di pericolosi centri di detenzione dove subiscono abusi, violenze sessuali, sfruttamento, vengono private di servizi essenziali come cibo e acqua, con un accesso limitato alle cure mediche, senza luce né il necessario ricambio d’aria, in condizioni di sovraffollamento e senza poter rispettare il distanziamento sociale nel contesto di una pandemia globale. Di molti non si hanno più tracce. 

MSF collabora con Frontex e le autorità italiane ed europee alle attività contro i trafficanti?

Non è compito di MSF la sorveglianza delle acque internazionali o l’investigazione sulle reti di trafficanti. Siamo dottori, non agenti di polizia, e la nostra presenza nel Mediterraneo è finalizzata esclusivamente al salvataggio di vite umane.

Le navi di MSF effettuano soccorsi nelle acque vicino alle coste libiche?

Tutti i soccorsi avvengono in acque internazionali nel Mediterraneo centrale tra la Libia, Malta e l’Italia, dove si verificano la maggior parte dei naufragi. Pattugliamo normalmente tra le 24-40 miglia nautiche dalla costa libica.

MSF è pronta a tornare in mare nonostante la pandemia di Covid-19?

Come organizzazione medico-umanitaria impegnata a combattere la pandemia in Europa e nel mondo, MSF ha ben chiare le sfide complesse presentate dal Covid-19. Ma salvaguardare il benessere delle persone sulla terraferma e rispettare il dovere di salvare vite in mare non si escludono.

 

Cosa farete in caso ci fossero delle persone positive al Covid-19 a bordo?

La nostra procedura standard prevede che il team medico di MSF effettui un triage non appena le persone soccorse vengono fatte salire a bordo. Chiunque presenti una temperatura corporea superiore ai 37.5° C viene isolato e sottoposto ad ulteriori accertamenti al termine dell’operazione di soccorso.

Nell’eventualità di casi sintomatici, i pazienti verranno immediatamente isolati, in linea con i protocolli stabiliti. Continueremo a monitorare il loro stato di salute e manterremo aggiornate le autorità sanitarie competenti, consultandoci con esse sulla procedura di sbarco, in modo da garantire che tutte le misure protettive finalizzate a proteggere la salute dei pazienti e prevenire i contagi vengano rispettate.

 

Potete fare test per il Covid-19 a bordo?

A bordo della nostra nave abbiamo implementato delle misure di prevenzione e controllo dell’infezione che comprendono un’area di isolamento pensata per limitare il più possibile la diffusione del Covid-19 tra le persone soccorse e trail nostro staff. Il nostro team medico effettuerà regolarmente delle attività di monitoraggio per individuare eventuali casi sintomatici. A bordo abbiamo la possibilità di effettuare test rapidi a persone sintomatiche.